Scienza, politica, o tutte e due?

Luca de Biase ha scritto un paio di giorni fa un articolo su Clima. Oltre gli scienziati esistenzialisti. La politica come problema scientifico, commentando a sua volta un articolo di Esquire che potrebbe essere usato come base per la sceneggiatura di una docufiction.

Sia l’articolo originale di Esquire che il commento di de Biase sono interessanti, e mi fanno sorgere due commenti ulteriori.

fralau-dSC_0314-xxr-webSul rapporto tra scienza e politica: seguo questo tema dal 1994, quando facevo l’apprendista scienziato come dottorando di ricerca al Politecnico di Milano. Tecnicamente dovevo occuparmi di umidità del terreno, essendo ospite di un istituto di idrologia, ma -in mezzo alle rassegne bibliografiche- mi cascò l’occhio su un articolo che spiega abbastanza bene la relazione tra scienziati e politici (King e Kraemer, 1993). Citazioni a parte, la separazione tra scienza e politica è questione non meno complessa dell’opportunità di separare le carriere di giudici e magistrati.

Uno scienziato senza raccordo con una politica potrà fare scoperte altissime che non saranno mai recepite da qualcuno in grado di trasferirle nella società e nelle scelte di un governo. Oppure potrà studiare cose inutili nel contesto storico e politico in cui vive.

Un politico senza raccordo con la scienza, sarà del pari diminuito, perché avrà meno strumenti di “lettura” del territorio, della salute, della musica o dell’acqua, o del salame, e di qualsiasi materia debba trattare nell’ambito del programma che dice di voler attuare (quando è in campagna elettorale), o che cerca di attuare (quando è stato eletto, e a volte anche quando non è stato eletto).

Sulla dichiarazione di Firenze di qualche mese fa: a maggio non c’ero, ma sono stato tra i delegati presenti a Firenze ai primi di giugno per un altro evento in cui si parlava di clima e di Parigi. Quando de Biase scrive:

ps. In vista del prossimo appuntamento per la politica globale sul clima a Parigi in autunno rileggiamo la dichiarazione di Firenze di qualche mese fa che chiede di rinnovare la politica europea in una chiave identitaria e sostenibile. Un passaggio interessante è quello che ricentra la politica sulle città che a loro volta stanno diventando il luogo delle decisioni che contano nella vita quotidiana: «A shift of resources to a ‘Common Urban Policy’ – in which mayors could play an important role – with urban renewal projects contributing to growth and employment, as well as climate control, should be considered a priority in a reviving Europe.»

DSC_0016-tatti-wwr-webMi viene una volta di più da ricordare che, se le risorse andranno inevitabilmente dove sono le persone (e quindi i voti), sarà bene che i futuri residenti delle future smart city non dimentichino l’esistenza dello “smart countryside” e delle aree rurali. A volte certe questioni si vedono meglio se l’oggetto della questione viene analizzato da una certa distanza…se ne apprezza l’insieme. Lo sapevate che dal versante sud del Monte Amiata, di notte,  si può vedere Roma?

p.s. A volte non farebbe male, a scienziati e politici, venire un po’ più spesso in campagna (così come a qualche contadino non farebbe male frequentare ogni tanto qualche laboratorio o qualche campagna elettorale in città)